Il parametro che cambia
L'Italia ha vinto la partita del riciclo e ora rischia di perdere quella delle regole.
Il 5 novembre, dodici sigle tra associazioni di categoria e sindacati — Coldiretti, Filiera Italia, Cia, Confapi, le tre Legacoop, Ancc-Coop, Ancd-Conad, Ue.Coop, Fai-Cisl e Uila-Uil — hanno scritto a Giorgia Meloni e ai ministri competenti per chiedere al governo di fermare la proposta di regolamento UE sugli imballaggi in discussione al Trilogo. Cinque giorni dopo, oltre quaranta europarlamentari italiani di tutti gli schieramenti hanno incontrato a Bruxelles le delegazioni delle filiere firmatarie.
La proposta, approvata il 24 ottobre dalla Commissione Ambiente del Parlamento europeo, riorienta la strategia comunitaria sulla riduzione dei rifiuti: dal riciclo, principio guida degli ultimi quindici anni, al riuso. Vieta gli imballaggi monouso «in plastica e in materiale composito» e privilegia gli obiettivi di riutilizzo rispetto a quelli di riciclo. La presidenza spagnola accelera per chiudere un orientamento generale al Consiglio ambiente del 18 dicembre. Il punto non è tecnico. È che l'Italia ha raggiunto un tasso di riciclo degli imballaggi del 73,3 per cento nel 2021 — secondo posto europeo pro-capite, già oltre la soglia del 70 per cento fissata per il 2030 — e si trova davanti a una norma che valorizza un parametro diverso da quello su cui ha costruito vent'anni di investimenti.
C'è una dinamica strutturale dietro la mobilitazione. Quando un paese costruisce un vantaggio competitivo attorno a un parametro misurabile — il tasso di riciclo, in questo caso — e l'arena regolatoria sovranazionale sposta il parametro, l'investimento accumulato perde valore relativo. Non si svaluta in assoluto: i 700 mila stabilimenti della filiera continuano a funzionare. Si svaluta come asset strategico, perché smette di essere la metrica su cui il sistema viene premiato. È un fenomeno che la teoria dell'economia istituzionale conosce: i sunk cost normativi diventano vulnerabilità quando le regole cambiano direzione. Non è la prima volta che accade in Europa: quando la direttiva nitrati del 1991 ridefinì i parametri di conformità per l'agricoltura intensiva, le aziende zootecniche del Po che avevano investito in vasche di stoccaggio secondo i vecchi standard si trovarono a dover riconvertire impianti già ammortizzati. Il meccanismo è lo stesso: un vantaggio costruito su un parametro diventa un costo quando il parametro viene sostituito. In questo caso il cambio di direzione è preciso: il riuso richiede infrastrutture logistiche e contrattuali completamente diverse dal riciclo, e l'Italia non le ha.
Sul piano del lavoro, l'orizzonte di dodici mesi mostra una dinamica già visibile in altre filiere esposte a transizioni regolatorie europee: il blocco delle assunzioni e degli investimenti formativi precede di mesi le decisioni normative. Le imprese aspettano. Il presidente di Confapi, Cristian Camisa, parla di «circa 700 mila aziende della filiera, con ripercussioni devastanti su migliaia di posti di lavoro». La cifra va letta come perimetro esteso — include l'agroalimentare a monte e la distribuzione a valle — non come occupazione direttamente sostituibile. È plausibile che nei prossimi dodici mesi una quota delle decisioni di investimento in capacità di riciclo venga sospesa in attesa di chiarezza sul testo finale.
Sul medio termine, tre anni, la geografia industriale del packaging italiano entra in una fase di compressione. I distretti di Emilia, Veneto e Lombardia hanno costruito posizioni di leadership europea su un modello che la nuova norma derubrica a soluzione di secondo livello. Un produttore di imballaggi in cartone del distretto emiliano, che negli ultimi cinque anni ha investito in capacità di selezione e pressatura per rispondere agli obiettivi di riciclo, si trova oggi con asset certificati su una metrica che la norma declassa. Un'azienda di packaging in vetro del Veneto, che ha strutturato contratti di fornitura pluriennali attorno ai tassi di riciclo come garanzia di conformità, deve rinegoziare le condizioni prima ancora che il testo finale sia approvato. In entrambi i casi, il blocco delle decisioni di investimento è già in corso. La riconversione verso infrastrutture di riuso richiede investimenti che non sono nei piani delle imprese e per i quali non esistono al momento strumenti pubblici di accompagnamento. Le bioplastiche, che il testo UE privilegia esplicitamente, sono un segmento dove l'Italia ha attori interessanti — Novamont è riferimento europeo — ma con scala produttiva non confrontabile con quella della filiera del riciclo.
Sul lungo termine, cinque-dieci anni, è speculativo ipotizzare che il vantaggio italiano nel riciclo si traduca in posizione competitiva nelle metriche europee del prossimo decennio. La traiettoria dipende da una variabile che oggi non è prevedibile: se le revisioni regolatorie del 2030-2035 incorporeranno il riciclo come parte legittima della transizione o se confermeranno l'asse sul riuso come paradigma dominante. La partita politica di queste settimane definisce le condizioni di partenza di quella più lunga.
La lettura sottostima la capacità del sistema italiano di adattarsi: il tasso di riciclo al 73,3 per cento non è un vincolo ma una base infrastrutturale da cui costruire anche capacità di riuso. La norma UE non vieta il riciclo, lo declassa nella gerarchia. L'Italia può convertirsi rapidamente perché ha già la logistica di raccolta differenziata che il riuso richiede.
L'obiezione coglie un punto reale: la raccolta differenziata italiana è un'infrastruttura riutilizzabile. Ma la logistica del riuso non è quella della raccolta: richiede sistemi di vuoto a rendere, contratti di restituzione, standard di lavaggio industriale e impianti di igienizzazione che oggi non esistono su scala. La conversione è possibile ma è una sostituzione di asset, non un'integrazione. I capitali necessari sono nell'ordine dei miliardi e nessun attore pubblico ha annunciato strumenti di accompagnamento.
Resta il piano politico, che è il vero terreno di gioco. La mobilitazione trasversale che ha unito Coldiretti, Confapi e Legacoop dal lato datoriale con Fai-Cisl e Uila-Uil dal lato sindacale è rara e rivelatrice. Significa che il dossier ha aggregato interessi che di norma non convergono, e che le rappresentanze hanno valutato il regolamento UE come minaccia esistenziale alle filiere, non come negoziato ordinario. Il vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio parla di «ampi margini per una mediazione che consenta di mantenere in vita le due soluzioni»: è la formula politica che l'Italia porterà al Consiglio del 18 dicembre. Se passerà la coesistenza tra riciclo e riuso, il regime competitivo italiano regge. Se passerà la gerarchia con il riuso in cima, la riconversione diventa obbligata.
Da osservare nelle prossime sei settimane: la posizione del governo italiano al Coreper preparatorio del Consiglio ambiente, l'eventuale apertura della presidenza belga (che subentra a gennaio) a una revisione del testo, il comportamento degli europarlamentari italiani durante le plenarie del 20-23 novembre. Sono i tre segnali che diranno se l'appello del 5 novembre ha effetto o se la partita è già scritta.
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- Cosa prevede il nuovo regolamento UE sugli imballaggi?
- La proposta approvata il 24 ottobre 2023 dalla Commissione Ambiente del Parlamento europeo riorienta la strategia UE dal riciclo al riuso, vietando gli imballaggi monouso in plastica e materiale composito e privilegiando gli obiettivi di riutilizzo rispetto a quelli di riciclo.
- Qual è il tasso di riciclo degli imballaggi in Italia?
- Nel 2021 l'Italia ha raggiunto un tasso di riciclo degli imballaggi del 73,3%, secondo posto europeo pro-capite, già oltre la soglia del 70% fissata dall'UE come obiettivo per il 2030.
- Chi si è opposto al regolamento UE sugli imballaggi in Italia?
- Il 5 novembre 2023 dodici sigle — tra cui Coldiretti, Filiera Italia, Confapi, le tre Legacoop e i sindacati Fai-Cisl e Uila-Uil — hanno scritto a Meloni chiedendo di fermare la proposta. Cinque giorni dopo, oltre 40 europarlamentari italiani di tutti gli schieramenti hanno incontrato le filiere a Bruxelles.
- Perché il cambio di regole UE penalizza il modello italiano del riciclo?
- L'Italia ha costruito vent'anni di investimenti attorno al parametro del tasso di riciclo. Se il regolamento UE sposta la metrica premiante verso il riuso, quegli investimenti non scompaiono ma perdono valore strategico: smettono di essere l'asset su cui il sistema viene valutato e premiato.
Latentia non scrive la notizia: ne interpreta le implicazioni. Questo scenario è stato prodotto da una redazione di agenti AI specializzati — prospettiva, scrittura, critica, verifica — sotto curatela umana dichiarata.
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