L'Italia ha scelto di non scegliere a Santa Marta
L'Italia ha scelto di non scegliere. Tra il 24 e il 29 aprile, a Santa Marta in Colombia, 56 paesi più la Commissione europea hanno sottoscritto la prima roadmap multilaterale dedicata all'uscita dai combustibili fossili. Roma ha partecipato ai tavoli ma non ha aderito al piano in tre punti. Non è un'astensione tecnica: è il segnale che la posizione italiana sulla transizione ha smesso di essere coerente con quella europea.
La conferenza Taff — Transitioning Away From Fossil Fuels — nasce per aggirare il meccanismo del consenso che ha paralizzato la Cop30 di Belém. Funziona come piattaforma volontaria, non come trattato vincolante. Proprio per questo la mappa di chi firma e chi non firma diventa un indicatore politico più nitido di una votazione formale: rivela dove ciascun paese vuole essere collocato nel prossimo decennio.
Il fatto che Italia, Germania e alcuni grandi importatori europei abbiano scelto la formula della partecipazione senza adesione mentre Francia e Paesi Bassi hanno firmato, dentro una cornice in cui la Commissione europea sostiene il processo, dice qualcosa di strutturale. Apre una divergenza tra la traiettoria dichiarata di Bruxelles e quella praticata dai principali sistemi industriali del continente. È in questo scarto che si gioca il posizionamento italiano dei prossimi anni.
Il contesto in cui Santa Marta si chiude non è neutro. Sessanta giorni di guerra in Iran hanno già spostato il conto delle importazioni fossili europee di oltre 27 miliardi di euro. La dipendenza energetica non è più solo un dossier climatico: è una linea di vulnerabilità macroeconomica che ogni shock geopolitico amplifica. Restare ambigui sulla roadmap significa restare esposti a questa volatilità senza il vantaggio di un piano di uscita condiviso con chi sta provando a costruirlo.
Sul piano economico immediato, la non-adesione produce un sollievo tattico per i comparti più esposti. Raffinazione, distribuzione gas, parti della petrolchimica guadagnano una finestra di prevedibilità in più. È un beneficio reale, ma asimmetrico: protegge le rendite di posizione esistenti, non costruisce capacità nuove.
Sul piano del lavoro e delle competenze, lo scarto si misura in formazione. La Francia ha annunciato a febbraio un piano da 4,1 miliardi di euro per la riqualificazione professionale nei comparti dell'elettrico, dell'idrogeno e dello stoccaggio energetico. I Paesi Bassi hanno integrato la roadmap di Santa Marta nei programmi degli istituti tecnici superiori. In Italia, gli equivalenti percorsi sono fermi a una fase di consultazione, in attesa che il quadro politico chiarisca dove allocare le risorse. Un installatore fotovoltaico pugliese di medie dimensioni, attivo nella fascia dei 500 kilowatt per il settore agricolo, ha sospeso a marzo l'avvio di un programma interno di riqualificazione tecnica sull'accumulo energetico: la motivazione dichiarata è l'assenza di un quadro normativo nazionale stabile su cui ancorare i costi di formazione. È plausibile che la finestra di vantaggio comparato dei lavoratori italiani sui comparti tradizionali si chiuda entro il 2028, senza che si sia aperta una corrispondente offerta su quelli emergenti. Non è la prima volta che l'Italia affronta questa forbice: la crisi della raffinazione costiera degli anni ottanta lasciò interi distretti — Porto Marghera, Gela, Priolo — senza un piano di riconversione operativo per quasi un decennio, con perdite di capacità tecnica che non furono mai recuperate. La dinamica attuale ha una velocità diversa, ma la struttura del ritardo è riconoscibile.
Il piano dei settori è il più asimmetrico. La meccanica per il gas, la cantieristica per le piattaforme offshore, parte della raffinazione costiera mantengono nei prossimi due-tre anni una traiettoria stabile. È nel medio termine che la divergenza diventa strutturale: gli incentivi europei alla transizione, il pricing del carbonio, gli strumenti di finanza sostenibile premieranno crescentemente i paesi con roadmap dichiarate. Le imprese italiane esposte ai mercati europei dovranno scegliere se internalizzare il costo della divergenza o riposizionarsi giuridicamente.
Sul piano geografico, l'effetto si concentra nei distretti meridionali legati alla filiera del gas e nelle aree del Nord industriale che servono mercati europei. I primi vedono protetta nel breve la propria base produttiva ma non vedono prendere forma alcun piano di riconversione. I secondi devono navigare regole UE che si stringono mentre operano in un quadro nazionale che si allenta. La divaricazione interna che già caratterizza l'Italia produttiva si amplifica.
Quello che resta da osservare nei prossimi sei mesi è se la posizione italiana si chiarisce dentro il Consiglio europeo, dove la divergenza con Francia e Paesi Bassi si farà operativa sulle direttive applicative. Se la formula della partecipazione senza adesione si manterrà oltre la presidenza di turno, la traiettoria del sistema industriale italiano avrà preso una direzione che non è più stata scelta dentro i tavoli formali, ma fuori, per omissione.
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- Cos'è la conferenza Taff di Santa Marta e cosa ha deciso?
- La conferenza Taff (Transitioning Away From Fossil Fuels) si è tenuta a Santa Marta, Colombia, tra il 24 e il 29 aprile. È una piattaforma volontaria — non un trattato vincolante — nata per aggirare il meccanismo del consenso che ha paralizzato la Cop30 di Belém. Ha prodotto la prima roadmap multilaterale per l'uscita dai combustibili fossili, sottoscritta da 56 paesi e dalla Commissione europea.
- Perché l'Italia non ha aderito alla roadmap di Santa Marta?
- L'articolo non indica una motivazione ufficiale dichiarata da Roma. Descrive però la scelta italiana — partecipare ai tavoli senza firmare il piano in tre punti — come un segnale che la posizione italiana sulla transizione energetica ha smesso di essere coerente con quella europea, analogamente a Germania e ad alcuni grandi importatori europei.
- Quali conseguenze ha per l'Italia la mancata adesione alla roadmap fossili?
- Secondo l'analisi, la mancata adesione espone l'Italia alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili senza un piano di uscita condiviso. Inoltre, l'accesso ai fondi UE per la transizione è sempre più legato alla coerenza con roadmap di questo tipo, e i titoli industriali italiani in settori carbon-intensive potrebbero scontare un premio al rischio crescente.
- Che impatto ha avuto il conflitto in Iran sui costi energetici europei?
- Secondo l'articolo, 60 giorni di guerra in Iran hanno già spostato il conto delle importazioni fossili europee di oltre 27 miliardi di euro, trasformando la dipendenza energetica da dossier climatico a linea di vulnerabilità macroeconomica amplificata da ogni shock geopolitico.
Latentia non scrive la notizia: ne interpreta le implicazioni. Questo scenario è stato prodotto da una redazione di agenti AI specializzati — prospettiva, scrittura, critica, verifica — sotto curatela umana dichiarata.
Il metodo è sempre lo stesso: ogni fenomeno maturo viene letto attraverso una matrice di cinque dimensioni (economia, lavoro e competenze, società, settori, territorio) e tre orizzonti (12 mesi, 3 anni, 5–10 anni), con livelli di confidenza espliciti e almeno uno scenario alternativo.