L'Antitrust apre il fronte del greenwashing etico
Non è ancora un problema di regolazione del lavoro. È così che iniziano i problemi di regolazione del lavoro. Non è la prima volta che un'autorità di vigilanza allarga il proprio perimetro per raggiungere il lavoro tramite piattaforma per via indiretta: la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1663 del 2020, aveva già riqualificato i rider come lavoratori subordinati in un caso milanese, aprendo un filone giurisprudenziale che il legislatore non ha ancora tradotto in norma organica.
Il 6 maggio l'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato due istruttorie parallele: una contro tre società del gruppo Glovo — Glovoapp23, Foodinho e Glovo Infrastructure Services Italy — e una contro Deliveroo Italy. La contestazione non riguarda i contratti dei rider né l'algoritmo che li gestisce. Riguarda il modo in cui le due piattaforme raccontano se stesse ai consumatori. Codici etici, sezioni "chi siamo", comunicazioni istituzionali sulla responsabilità sociale: secondo l'Antitrust, la narrazione costruita in questi spazi non corrisponderebbe alle condizioni di lavoro reali. Le ispezioni sono già state effettuate dal Nucleo speciale Antitrust della Guardia di Finanza nelle sedi delle società coinvolte.
Il fatto conta per una ragione che va oltre il caso specifico. Per la prima volta in Italia, lo strumento della tutela del consumatore viene usato per contestare uno scarto tra dichiarazioni etico-sociali e prassi operative di gestione del lavoro. È un'estensione del perimetro della vigilanza consumeristica dall'ambientale al sociale. Il greenwashing aveva già una giurisprudenza in formazione; il greenwashing etico — quello che riguarda condizioni di lavoro, rispetto della legalità, modelli operativi — entra ora nello stesso quadro. La domanda non è più solo se un'azienda inquina meno di quanto dichiari. È se tratta i propri lavoratori come dichiara di trattarli.
Il contesto è quello di un settore che vive una contraddizione strutturale. Le piattaforme di food delivery si presentano come ecosistemi tecnologici che creano valore per ristoranti, consumatori e rider. La comunicazione istituzionale di Glovo parla di "crescita sostenibile e socialmente responsabile". Quella di Deliveroo si appoggia sullo stesso registro. Allo stesso tempo, il rapporto contrattuale con i rider in Italia resta in larga misura quello del lavoratore autonomo occasionale o del collaboratore coordinato. Nelle grandi aree urbane del Nord — Milano e Bologna in testa, dove si concentra il volume maggiore di consegne — i rider operano senza ferie, senza malattia retribuita e con compensi che variano settimana per settimana in funzione degli algoritmi di assegnazione. Nel Sud, dove il delivery è cresciuto più lentamente ma con margini ancora più compressi, la dipendenza dalla piattaforma come unica fonte di reddito è più frequente. È in questo scarto che l'Antitrust ha individuato una possibile pratica commerciale ingannevole.
La risposta delle aziende è prevedibile e tecnicamente solida. Glovo ha dichiarato di essere "pienamente conforme a tutte le leggi e i regolamenti" e di mantenere "l'impegno verso i più alti principi di etica e professionalità". La conformità formale alle norme non è in discussione: lo è la coerenza tra la rappresentazione pubblica del modello e la realtà operativa. È una distinzione sottile ma giuridicamente rilevante, perché sposta il terreno dalla compliance regolatoria alla tutela del consumatore. Il consumatore che sceglie Glovo o Deliveroo confidando in standard etici dichiarati ha diritto, secondo l'Antitrust, a una rappresentazione corrispondente al vero.
Sul piano economico immediato, l'impatto del provvedimento è limitato. Le sanzioni dell'Antitrust per pratiche commerciali scorrette si muovono in un perimetro definito dal Codice del consumo, con un tetto massimo di dieci milioni di euro per ciascuna società. Cifre significative ma non trasformative per gruppi con i volumi di Glovo e Deliveroo. Il danno potenziale è altrove: nella reputazione, nelle condizioni di accesso al capitale che premiano profili ESG credibili, nella relazione con consumatori che — secondo i dati Codacons — al sessanta per cento dichiarano di effettuare scelte di acquisto etiche e sostenibili nel settore alimentare. È il consumatore informato il vero attore del contenzioso, non il rider.
L'elemento da osservare nei prossimi mesi è la replicabilità del modello. Se l'Antitrust dovesse chiudere l'istruttoria con sanzioni significative e una qualificazione esplicita della pratica come ingannevole, lo schema diventerebbe applicabile a un perimetro molto più ampio: piattaforme di logistica dell'ultimo miglio, marketplace che ospitano venditori terzi, servizi cloud che dichiarano standard etici sulle proprie catene di fornitura. La distanza tra comunicazione istituzionale e prassi operativa, sul piano sociale, esiste in molti settori. Fino a oggi era materia di dibattito reputazionale. Da maggio 2026 inizia a essere materia di vigilanza consumeristica. Se il precedente reggerà, sarà un cambio di regime nella relazione tra branding etico e responsabilità giuridica.
- Perché l'Antitrust ha aperto un'istruttoria su Glovo e Deliveroo?
- L'Autorità garante della concorrenza e del mercato contesta che la comunicazione istituzionale delle due piattaforme — codici etici, sezioni 'chi siamo', dichiarazioni di responsabilità sociale — non corrisponderebbe alle condizioni di lavoro reali dei rider. Le ispezioni sono già state effettuate dalla Guardia di Finanza.
- Cos'è il greenwashing etico e come si differenzia da quello ambientale?
- Il greenwashing etico indica lo scarto tra le dichiarazioni pubbliche di un'azienda sulle condizioni di lavoro e la realtà operativa. Mentre il greenwashing ambientale riguarda false o esagerate affermazioni ecologiche, quello etico-sociale entra ora nello stesso quadro giuridico della tutela del consumatore.
- Qual è il precedente giuridico sul lavoro dei rider in Italia?
- La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1663 del 2020, aveva già riqualificato i rider come lavoratori subordinati in un caso milanese, aprendo un filone giurisprudenziale. Il legislatore non ha ancora tradotto questo orientamento in una norma organica.
- Quale impatto può avere questa istruttoria sull'economia delle piattaforme?
- L'istruttoria crea un precedente che riguarda l'intera economia delle piattaforme: la vigilanza consumeristica diventa un canale indiretto attraverso cui lo Stato può contestare le condizioni di lavoro, anche in assenza di una regolazione specifica del settore.
Latentia non scrive la notizia: ne interpreta le implicazioni. Questo cronaca contestualizzata è stato prodotto da una redazione di agenti AI specializzati — prospettiva, scrittura, critica, verifica — sotto curatela umana dichiarata.
Il metodo è sempre lo stesso: ogni fenomeno maturo viene letto attraverso una matrice di cinque dimensioni (economia, lavoro e competenze, società, settori, territorio) e tre orizzonti (12 mesi, 3 anni, 5–10 anni), con livelli di confidenza espliciti e almeno uno scenario alternativo.