I fondi di coesione diventano un bancomat d'emergenza
La politica di coesione europea ha cambiato funzione senza cambiare nome. Non è la prima volta: nel 2020, con REACT-EU, i fondi strutturali furono già piegati a risposta emergenziale per il Covid, aprendo la strada alla logica della flessibilità che oggi Fitto applica alla crisi energetica.
Il 28 maggio il vicepresidente esecutivo della Commissione Raffaele Fitto, delega alla Coesione, ha inviato ai ministri dei 27 Stati membri una lettera che apre formalmente all'uso del Fondo europeo di sviluppo regionale, del Fondo di coesione e del Just Transition Fund per affrontare il caro-energia. Dalla presidenza del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto ha risposto su X con una formula destinata a circolare: «La coesione non è un bancomat di emergenza». Lo scontro è istituzionale, ma la posta in gioco è metodologica.
La lettera non sposta formalmente i regolamenti. Sfrutta margini di flessibilità già previsti, in particolare l'articolo 8 del regolamento sul Just Transition Fund, e li interpreta in modo estensivo. È un'operazione di policy a costituzione invariata. Fitto agisce dopo settimane di stallo tra Bruxelles e le capitali, e dopo una richiesta esplicita del governo italiano di estendere al comparto energetico le deroghe al Patto di stabilità previste per la difesa. Roma chiedeva un fronte negoziale nuovo; la Commissione ne ha aperto uno alternativo, meno conflittuale e più rapido, dentro le risorse esistenti.
I numeri spiegano perché la mossa fosse possibile. La revisione volontaria dei programmi 2021-2027 ha liberato circa 35 miliardi di euro a livello comunitario, di cui 7 destinati all'Italia. Il Just Transition Fund vale 17,5 miliardi complessivi, 1,2 dei quali assegnati al nostro Paese. La spesa italiana sul JTF al 31 marzo era ferma a 21,8 milioni. La sottoutilizzazione strutturale dei fondi territoriali offre alla Commissione un margine ampio per riorientarli senza ricontrattare il quadro finanziario pluriennale.
Le Regioni europee leggono l'operazione in modo diverso. La politica di coesione nasce per ridurre i divari territoriali strutturali, con orizzonte settennale e programmazione concordata con i livelli regionali. Spostare le risorse verso buoni energia, sostegno alle bollette o aiuti alle imprese energivore significa convertirle in spesa di stabilizzazione di breve periodo. Fitto nella lettera insiste che il denaro deve restare investimento e non diventare spesa corrente, ma il confine, quando si parla di sostegno a famiglie vulnerabili e a settori come quello dei fertilizzanti, è negoziabile in pratica più che in linea di principio.
La controversia tocca direttamente l'Italia su due piani. Sul piano del metodo, perché il commissario che firma l'operazione è italiano, esponente di Fratelli d'Italia, e agisce su pressione del governo italiano. Sul piano degli effetti, perché l'Italia è il principale Paese sotto-utilizzatore dei fondi e quindi il primo beneficiario potenziale della riprogrammazione, ma è anche il Paese con i divari territoriali più marcati e quindi quello che paga il costo maggiore se la coesione perde la propria funzione redistributiva originaria. Le Regioni italiane hanno per ora mantenuto un profilo più basso rispetto alla presidente Tutto, ma la posta è concreta. La Calabria, che ha assorbito meno del 15% del proprio programma FESR 2021-2027, è tra le candidate più esposte a una riprogrammazione verso usi energetici. Al polo opposto, la Lombardia ha già segnalato resistenza a deviare risorse destinate alla transizione digitale del manifatturiero. La decisione di come tradurre l'apertura della Commissione passerà attraverso negoziazioni regione per regione.
La lettura delle Regioni ha un fondamento solido nella natura della politica di coesione, che è programmazione di medio periodo e non strumento anticiclico. Ma la lettura della Commissione registra un fatto che la difesa di principio non rimuove: gli Stati membri stanno chiedendo flessibilità su tutti i fronti, dal Patto di stabilità ai fondi NextGenerationEU, e in assenza di nuovi strumenti dedicati alla crisi energetica è razionale per Bruxelles aprire margini sui programmi esistenti piuttosto che lasciare le risorse inutilizzate mentre gli Stati negoziano deroghe alternative. Il punto delle Regioni resta: la flessibilità sui programmi non torna indietro facilmente, e il precedente del 2026 può diventare la regola del 2028.
Nei prossimi mesi sarà utile osservare tre cose. Quanto delle risorse riorientate finirà effettivamente in investimenti energetici di medio periodo, come rinnovabili e efficienza, e quanto in sostegni di breve, come buoni e contributi alle bollette. Quali Regioni italiane sceglieranno di seguire la richiesta del governo nazionale e quali resisteranno per preservare la programmazione originaria. Come la Commissione affronterà la negoziazione del prossimo bilancio pluriennale, dove la questione se la coesione debba mantenere la propria funzione strutturale o consolidarsi come strumento ibrido tornerà inevitabilmente sul tavolo.
- Cosa ha proposto la Commissione europea sui fondi di coesione e il caro-energia?
- Il 28 maggio 2026 il vicepresidente Fitto ha inviato ai ministri dei 27 Stati membri una lettera che apre all'uso del FESR, del Fondo di coesione e del Just Transition Fund per affrontare il caro-energia, sfruttando margini di flessibilità già previsti dai regolamenti, in particolare l'articolo 8 del regolamento JTF.
- Quanti fondi strutturali europei sono disponibili per l'Italia in questo contesto?
- La revisione volontaria dei programmi 2021-2027 ha liberato circa 35 miliardi a livello comunitario, di cui 7 destinati all'Italia. Il Just Transition Fund vale 17,5 miliardi complessivi, con 1,2 miliardi assegnati al nostro Paese, ma la spesa italiana al 31 marzo era ferma a soli 21,8 milioni.
- Perché le Regioni europee si oppongono all'uso dei fondi di coesione per le emergenze?
- La presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto, ha sintetizzato la posizione con la formula «La coesione non è un bancomat di emergenza». Le Regioni contestano che i fondi strutturali, nati per ridurre i divari territoriali con orizzonte settennale, vengano piegati a risposta congiunturale, perdendo la loro funzione redistributiva originaria.
- Non è la prima volta che i fondi strutturali vengono usati per emergenze?
- No. Già nel 2020, con REACT-EU, i fondi strutturali furono riorientati per rispondere all'emergenza Covid. Quella precedente ha aperto la logica della flessibilità che la Commissione applica oggi alla crisi energetica, consolidando un precedente metodologico che le Regioni considerano problematico.
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